MILANO. Cenacolo di Leonardo da Vinci, nell’ex convento domenicano.

Dall’atrio settecentesco, avanzo dei corpi di fabbrica aggiunti per ospitare il tribunale dell’Inquisizione, si entra, a destra nel vasto refettorio appartenente alla costruzione del Solari.

Sul lato minore di fondo, in alto, è la celebre Cena di Leonardo.


Localizzazione: Ex convento domenicano
Autore: Leonardo da Vinci
Periodo artistico: 1496-1497
Note storiche:

L’artista l’iniziò, per incarico del Moro, forse non molto avanti il 1496, la concluse con alternative di intenso lavoro e di soste, e assai probabilmente la compì nel 1497, per cui è leggenda la lentezza con la quale l’avrebbe eseguita.

E’ l’opera alla quale Leonardo dedicò forse la maggior concentrazione del suo genio.


Illustrazione opera:

Il fatto evangelico è rappresentato nel momento drammatico in cui il Cristo annuncia che uno dei suoi lo tradirà.

Nel cenacolo, illuminato dal fondo, attraverso le tre porte, d’una luce che penetra lenta, vibrando, intorno alla mensa imbandita, al cui centro, isolata, è la figura mistica del Cristo, s’agitano gli apostoli (Giuda è il terzo a sinistra), aggruppati a tre a tre, in un vario gestire che caratterizza in ognuno l’emozione prodotta dall’annuncio del Maestro.

L’opera suscitò subito la più viva ammirazione. Già nel 1498 Luca Pacioli parlò della “divina proporzione del Cenacolo”. Paquier le Moine, che seguì Francesco I di Francia in Italia, nella sua qualità di portier ordinaire, pubblicò il diario del viaggio, vide nel 1515 il Cenacolo e rimase particolarmente colpito dalla verità dei particolari sulla tavola Domenico Antonio De Beatis melfitano, che seguì il cardinal d’Aragona in un viaggio dal 1517 al principio del ’18, parlò egli pure del Cenacolo come pittura “excellentissima, benché incomincia ad guastare”. Si deve ritenere leggenda che Luigi XII volesse farlo distaccare e trasportare in Francia.


L’affresco si trovò in istato di profondo deperimento, la causa del quale è dovuta forse in parte a qualche innovazione tecnica di Leonardo (che dipinse a tempera forte e non a olio come si è affermato) ma principalmente alle condizioni idrometriche del muro. Già Paolo Giovio (m. nel 1552) e l’Armenini che lo vide circa il 1547, parlarono della rovina della pittura alla fine del ‘500 Paolo Meriggia la disse “rovinata tutta”. Al principio del ‘600 il cardinal Federico Borromeo si consultò con persone dell’arte per salvare il dipinto Francesco Scannelli, che lo vide nel 1640 circa, dà indicazioni precise del suo avanzato deperimento e questo spiega perché i Domenicani non si peritassero di ampliare la porticina sotto la figura di Gesù , tagliando le gambe di questo e di due discepoli. Carlo Torre lo descrive come deperitissimo, M. Bellotti nel 1726 lo ridipinse a olio, ma l’imbrattatura cadde presto nel 1770 Giuseppe Mazza lo ripulì nel 1796 Napoleone ordinò che il refettorio non fosse adibito ad alcun uso militare ma più tardi il locale servì da quartiere e da stalla e nel 1801 fu invaso in parte dall’acqua.

Nel 1854-55 Stefano Barezzi fermò le particelle cadenti del dipinto.

L’ “Ode per la morte di un capolavoro” pubblicata da Gabriele D’Annunzio il 6 gennaio 1901 parve segnare la fine dell’opera gloriosa i restauri di L. Cavenaghi (1908) e di Oreste Silvestri (1924) valsero in parte ad arrestae una ulteriore rapida rovina.

Scampato miracolosamente alle bombe del 1943, esso subì un radicale restauro nel 1953 da parte di Mauro Pel liccioli, che liberò quanto restava dell’originale tessuto pittorico leonardesco dalle posteriori ridipinture dei restauri.


Data ultima verifica: 30/06/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora