UDINE. L’Ultima Cena di Pomponio Amalteo.

Pomponio Amalteo, nato a Motta di Lovenza nel 1505, ma fin da giovane abitante in San Vito al Tagliamento, dove si spense nel 1588, fu allievo e genero del Pordenone, da cui trasse l’amore per la grandiosità delle forme, per l’esasperato movimento, per l’affollamento delle composizioni.


Della sua feconda attività rimane memoria in centinaia di metri quadrati di affresco ed in decine di pale d’altare nelle chiese del Friuli e del Veneto.


L’artista entrò giovanissimo nella bottega del grande Giovanni Antonio de Sacchis detto il Pordenone, ne diviene collaboratore ed addirittura parente sposando la figlia Graziosa: per tutta la sua vita resta fedele al più famoso maestro, ricalcandone lo stile, gli schemi, i motivi, indifferente ad ogni altra suggestione, ma dotato di notevole abilità artistica, tanto da evocare nei critici conflitti di attribuzione tra genero e suocero.


Localizzazione: Musei Civici, Pinacoteca, in Castello
Autore: Pomponio Amalteo
Note storiche:

Dipinta per il duomo di Udine (reca firma, data e nomi dei committenti in una scritta sullo sgabello di sinistra: PO(M)PONIVS AMALT(EVS) IOAN(NE) BAPT(ISTA) MELSIO PRIOXE/ AC ANT(ONI)O MARCHESIO CAMER(ARO) / MDLXXIIII), la grande tela passò in seguito in Municipio dove, nel secolo scorso, fu più volte 'restaurata' con pesanti ritocchi.

L'opera viene alla luce quando il Maestro ha 70 anni e rappresenta una vivace interpretazione del noto episodio biblico.


Illustrazione opera:

Il disegno preparatorio si conserva in collezione privata a Newcastle Upon Tyne.
Per nulla intimorito dalle dimensioni della tela, capace di dominare correttamente lo spazio, l'Amalteo ambienta questa affollata Ultima Cena all'intemo di una sala dall'architettura rinascimentale con arcate, pilastri e semicolonne, mensole timpanate.
Pur nella tradizionale impaginazione della scena, l'opera mostra un superamento delle statiche Ultime Cene del periodo precedente per quel serpeggiante ritmo che trascorre tra i personaggi, singoli o a gruppi, vivacemente atteggiati e 'scorciati'.
Interessante la vena descrittiva del pittore che, attenta e puntuale, indugia sulla suppellettile della tavola imbandita, sulla geometrica decorazione del panno al di sotto del bianco tovagliato, sui cibi che vengono serviti, sul cagnolino che mangia un osso e sul gatto, simboli entrambi di tradimento.
Il pittore indugia nei particolari, come la decorazione della tovaglia, le pietanze servite, i piatti di peltro nella credenza sullo sfondo, ma soprattutto rappresenta con realismo i personaggi disposti con perizia in pose scorciate e dotati di ritmo ed espressione piacevoli. Nota di colore la presenza ai piedi della mensa del gatto e del cagnolino, simbolismo del tradimento.

Al centro della scena, il sacrificio dell'Eucaristia: ultimo e supremo atto del Cristo che 'rende grazia' e si dona a tutta l'umanità. Il gesto dello spezzare il pane e l'offerta del calice del vino è quanto di più naturale possa accadere quando persone si trovano assieme in amicizia.
Veneta la matrice dell'opera, che si rifà a Tiziano nell'impostazione della scena, a Tintoretto nella positura di certi personaggi, a Pordenone o a Paris Bordon per le tipologie dei volti, ma che in definitiva 'ricicla' precedenti dipinti (il gruppo centrale con la figura del Cristo dolce e severo insieme ricalca quello affrescato nella chiesa di Lestans - PN), per servire a sua volta da modello ai pittori che verranno:
in primo luogo a Giuseppe Floreani che di lì a qualche anno dipingerà una tela con l'Ultima Cena per la parrocchiale di Remanzacco: con risultati modesti nonostante l'illustre precedente.

Info:
Olio su tela, cm. 300 x 540


Fruibilità: Sala IV della raccolta museale.
Data ultima verifica: 17/05/2007 00:00
Rilevatore: Feliciano Della Mora